Perché a volte non riesci a pensare

È da un po’ che non scrivo nulla.

Puntualmente mi rimprovero per farmi scappare i lampi di pensiero, dove riesco a portare a fine frasi, paragrafi, che spariscono con la stessa velocità con cui appaiono.

Mi chiedo dove io sia.

Mi accorgo di scomparire a tratti, allora decido di uscire, come ora, ed ascoltare il vento.

Osservo pensierosa come ogni elemento visivo ed uditivo racconta qualcosa.

Le luci dei lampioni sotto la pioggia, che bramano di solitudine, si riflettono nelle pozzanghere delle strade disperse facendo le corse fino ad unirsi, rispecchiando amore.

I fili d’erba, spenta, scompigliati, sbattono in faccia al vento la volontà di scappare, quasi urlando. 

Macchine silenziose che trasportano anime disperse, a casa.

Le finestre aperte e quelle chiuse con addosso segni lasciati dal passato.

Piedi nudi sotto la pioggia fredda di maggio, braccia cadute che aspettano altre braccia da abbracciare.

Qualcuno balla, qualcuno canta inni di giornate spensierate, altri fumano giornate consumate.

Il profumo di uno straniero che passa per strada e ti ricorda l’affamata mancanza che hai della persona che ami.

Ero qua quindi, ora mi sono trovata.

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Il linguaggio dei fiori

Quando ero piccola aspettavo con ansia la primavera, il mese dei fiori.

Non saprei spiegare perché, ma vedere la reazione delle persone davanti ad una piccola attenzione rossa, rosa o gialla mi faceva battere il cuore di gioia.

Oggi avviene meno o viene apprezzata meno, nonostante ciò è rimasto simbolo di romanticismo nell’amore, nelle amicizie o come forma di cortesia e rispetto tra conoscenti a patto di scegliere il colore giusto a seconda dell’occasione.

La rosa è sicuramente il fiore più usato allo scopo; la usiamo per far innamorare, per una buona impressione, un errore da perdonare o semplicemente come segno di eleganza, reperibile tutto l’anno con una gamma infinita di splenditi colori. 

• rosa rossa: simboleggia passione ed amore.

• rosa arancia: rappresenta il fascino e la bellezza. 

•rosa bianca: l’innocenza, amore puro e spirituale.

• rosa gialla: simbolo di vivacità e di gelosia.

• rosa carnicina, il colore perfetto. 

Se passando per strada posi lo sguardo su una rosa, strappala e fai sorridere qualcuno; ottimo modo per migliorare una brutta giornata 🙂

Sulla strada di casa

So che un giorno daremo vita insieme a questa casa, che giorno dopo giorno costruisco nella mia mente, piccola, con il balcone all’altezza della strada.

Sarà un giorno di sole e di piani fatti a lungo ad un tavolino per due sotto la magra luce del bar di paese. 

Ogni giorno aggiungo libri, musica e complicità e mentre lo faccio penso al profumo di ogni stanza, perché ogni stanza ne ha uno diverso.

Penso al profumo della cena che darà sulla strada, oltre al balcone, e ti chiamerà a casa da lavoro; al bagno che saprà di dopobarba e di vaniglia; alla camera da letto che saprà di amore appena fatto e di pensieri così intimi da coprirsi il viso e infilarlo nel cuscino, vicino al tuo. Penso al profumo fresco della stanza vuota che nessuno usa ma che aspetta qualcuno, impaziente; al soggiorno, l’unico spazio enorme della casa, verrà circondato da profumo di libri vecchi e nuovi, di cene a metà, disegni sparsi, fiori e sigarette appena spente.

Un bacio dietro all’altro tappezzemo la casa di ricordi, litigi, di follia un pò come me e di amore un pò come te.

So che ti piacerà, non potrebbe essere altrimenti; immagino già il tuo sorriso su quel divano per due e tu che giochi con i miei capelli lunghi, compiaciuto. 

A te affiderò le mie paure, i miei pensieri e le mie voglie. 

A te e alla nostra casa.

HOKUSAI

<< Dall’età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose, e dai cinquanta pubblico spesso disegni, tra quel che ho raffugurato in questi settant’anni non c’è nulla degno di considerazione. A settantatre ho un po’ intuito l’essenza della struttura di animali e uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante e perciò a ottantasei progredirò oltre; a novanta ne avrò approfondito ancor di più il senso recondito e a cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso. Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria. Se posso esprimere un desiderio, prego quelli tra loro signori che godranno di lunga vita di controllare se quanto sostengo si rivelerà infondato. Dichiarato da Manji il vecchio pazzo per la pittura >> .

Non potevo, con immenso piacere, non riportare uno dei più toccanti discorsi che io abbia mai letto e riletto fino ad oggi con lo scopo di farlo conoscere a coloro che non hanno ancora avuto il privilegio nonché di riportarlo alla memoria di quelli che invece l’onore l’hanno già avuto, come me.

Anche se la maggior parte della produzione di Hokusai si può dire essere sterminata, parliamo di un numero incalcolabile di dipinti, disegni, stampe sciolte e libri illustrati, il suo nome e il suo stile non hanno mai cessato di esistere nell’arte e nella varierà degli aspetti della vita di tutti i giorni. 

Un grazie anche al mio professore d’arte che mi ha fatto conoscere uno dei miei principali punti di riferimento nella vita.

Autoritratto all’età di ottantatre anni (1842) Museum Volkenkunde, Leida

Ti prego

Abbracciami forte 

fino a strozzare il male che mi porto dentro.

Baciami sotto questa tempesta priva di tuoni

in questo sordo silenzio d’estate.

Caccia via i demoni che mi lasciano lividi sul corpo

e prenditi cura della mia anima

perché da sola finisce nell’abisso

che sa di tutto ma non di paradiso.

Ti prego portami lontana 

magari al mare

magari in quel posto felice di cui tutti parlano 

e mentre tutti scappano via 

ti prego, rimani.

Tingila di rosso 

questa acqua ferma nelle vene

che possa correre e

diventare sangue 

che possa sangue 

diventare forza

che possa forza 

Resistere al tuo abbraccio 

E uccida il male che ho dentro.

 Un pò di anni fa.

Ogni parola ha conseguenze. Ogni silenzio anche.

Mi chiamo Silvia.

Parto dal presupposto che non sono nata in Italia e che ho 22 anni, chiaramente troppo piccola ed insignificante per fare la scarpetta nella politica di destra o di sinistra che cingono questo paese.

Dato il distacco brusco dal grembo del mio paese di origine e dalla lunga sosta in Italia (quasi 9 anni) è lecito ritrovarsi a pensare ad un mio futuro qui, mio malgrado.

Lavoro da quando ho memoria ma sono gli ultimi due anni che mi fanno alzare una bandiera di sconforto.

 Parlo di due anni di lavoro continuo, 12 ore di lavoro al giorno, nei giorni buoni, 12 ore di lavoro al mese dei politici italiani, nei giorni sfortunati.

Non ho la cittadinza italiana, niente diritto di voto per me ma tutti i diritti alla metà della mia busta paga, giustamente i soldi non hanno nome.

 A me piace scrivere, viaggiare, leggere ma cammino a testa bassa per strada e sai a cosa penso?

Ho il timore di alzare lo sguardo e sbattere contro il mio futuro, un futuro di guerra, di parole incapaci di svegliarci da questa agonia, dove la povera gente muore di fame mentre animali su due gambe gli camminano sopra, dove ci sono più cose cattive che buone per noi. 

Penso al nostro silenzio di fronte a tutto questo massacro e a quanto potrebbe far tremare la terra, penso agli angeli che bruciano vivi dentro gli ospedali mentre i diavoli ballano nelle cattedrali, penso a quanto cara sia la nostra vita e a come la paghiamo prima ancora di viverla.

Penso a quando ti guardo in tv e a come mi sento esplodere la testa dalle stronzate, penso alla tua bella cravatta mentre lanci speranze, false, e a quanto in realtà tu ci stia rubando il futuro, mio e quello di altri milioni di persone come me.

Penso alle parole che dici e a come ciascuna di esse ci tolga un pezzetto di vita.

Vuoi sapere se penso che cambi qualcosa? 

Non mi aspetto niente, penso infatti che una volta lette queste parole, se qualcuno mai dovesse farlo, riesca a sentire la mia stessa ira per un presente ed un futuro ignoto, sporco, piatto, forse inesistente. Mi ribello davanti al silenzio di un popolo che si perde in nullità esistenziali mentre acconsente a tanta miseria e vergogna, non solo per loro ma per i loro figli e i figli dei loro figli ancora. 

Mi tremano le mani nello scrivere queste parole, ma che servano come prova che non serve un pezzo di carta per esprimermi, indignarmi o sentirmi parte di questo popolo se questo paese un popolo lo ha. 

Mi rammarico nel sapere che andrà da così a peggio e che nessuno alzerà un dito per prendersi ciò che diritto gli spetta.

Se la mia professoressa di francese leggesse tutto questo direbbe che sono la solita, che non sto mai zitta, quando invece credo che l’istruzione non dovrebbe avere un costo, che l’arte è arte e non merce di mercato, che non abbiamo votato  la corruzione, che non sono italiana ma niente mi spinge a volerlo essere, che mi chiamo Silvia e che non accetto questo oltraggio, questa mancanza di considerazione e di rispetto, questo silenzio inerme, questo lento suicidio dove i giovani vengono trattati come entrate monetarie per un governo che passa le giornate ad asciugarsi il sudore delle chiappe enormi abbandonate sui sedili di pelle mentre mangiano, dormono e vivono sulle nostre spalle.

E tu? 

Mi ricordo di me

Ho appena finito di mangiare, oggi un po’ più tardi del solito, mi alzo da tavola e poso il piatto sporco nel lavandino intenta a lavarlo ma all’ultimo cambio idea.

“Dovrei lavarmi” penso e mi indirizzo verso il bagno. Non faccio eccezione e come ogni donna mi fermo prima davanti allo specchio, un po’ piccolino ma proporzionale alle dimensioni del bagno. Lo fisso senza rendermene conto mentre lo sguardo si ferma sulle particelle di luce che entrano dalla finestra facendo sosta sui miei capelli.

Mi distrae il fatto che ora siano rossicci e penso a quando ero piccola, il castano chiaro di una volta si intravede a malapena. Per un secondo mi sono vista nella mia camera, sempre davanti ad uno specchio grande quanto il palmo della mano dove mi guardavo di sfuggita ogni mattina prima di andare a scuola, ero così piccola.

Sbatto le palpebre e ritorno alla realtà, mi passo la mano tra i capelli e mi strofino le dita per far cadere a terra alcuni fili di capelli morti.

Quasi a voler rubare del tempo al passato poso le mani sul lavandino e mi guardo negli occhi, fingo un sorriso e noto che sono cambiati. “Il tempo ha lasciato tracce anche sulla mia faccia” penso e sospiro profondamente.

Abbandono lo sguardo sulle labbra e sorrido, questa volta spontaneamente, mi rendo conto di avere ancora delle piccole macchie sopra e che sono uguali a quello di mio fratello, esattamente come quando eravamo piccoli.

Mi accarezzo il braccio destro dal polso fino alla spalla e mi giro appoggiandomi al lavandino, mi ricordo quando facevo i mattoni con il fango in mezzo alla stradina sulla viuzza davanti casa con le porte color amaranto, inebriata dalla scia di profumo fresco che la pioggia tralasciava dietro di sé, pensando che non sarò mai più così.

Mi tolgo i vestiti, mi lavo e mi ricordo.